Una volta una mia cara amica – la chiamerò Andrea – mi pose una domanda che, almeno in teoria, avrei dovuto saper affrontare con disinvoltura: “Che significa per te essere artista?”

Non risposi subito.

Mi trovai davanti a quel tipo di interrogativo che si agita nel fondo da anni, ma che resta lì, indistinto, finché qualcuno non lo chiama per nome. Una di quelle domande che, se presa sul serio, mette a nudo.

Va detto che la mia attitudine alla sincerità, quel bisogno che ho di rapportarmi senza filtri né sovrastrutture, implica uno sforzo costante: cerco sempre di capire se sono riuscito a comunicare davvero, o se ho lasciato spazio all’ambiguità. Il timore di essere stato generico (vago o banale), a volte, riaffiora nella mente come un pensiero ossessivo. Specialmente quando si parla di ciò che mi muove nel profondo.

Eppure oggi, ripensandoci, credo di conoscere la risposta… e mi sorprende la sua semplicità!

Essere artista, per me, significa soddisfare un bisogno di natura autocelebrativa.

Non nel senso comune del termine. Non parlo di esibizionismo né di vanità. Intendo qualcosa di più arcaico, quasi rituale: l’urgenza di riconoscermi, di vedermi esistere attraverso ciò che creo. Di darmi forma – e forse anche memoria – nei volti e nei corpi che dipingo.

Ogni mio quadro è una piccola epifania: un frammento di me che torna in superficie, come un fossile ancora vivo. Celebro ciò che mi costituisce: il corpo, il desiderio, la fragilità, il mistero. E attraverso questa celebrazione personale e concreta, mi riconnetto a qualcosa di collettivo, che riguarda l’uomo, la sua nudità primordiale, la sua appartenenza alla natura.

In fondo, è questo che cerco quando dipingo: ritrovare un’origine, qualcosa che preceda i modelli, le utopie, i linguaggi imposti. Celebrare ciò che c’è, senza bisogno di travestirlo.

Questo, oggi, è il mio modo di essere artista.

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